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CHE COS’E’ LO HOBBIT PARTY? La visione della libertà.

Jonathan Witt - Jay W. Richards
[D'Ettoris Editori]

Nella collana: “La sfera e la croce” diretta da Maurizio Brunetti, è uscito nel marzo 2016 un interessante volume (della D’Ettoris editori) dal titolo significativo: “Hobbit Party” e con un sottotitolo molto eloquente: “Tolkien e la visione della libertà che l’Occidente ha dimenticato”. Tradotto diligentemente da alcuni giovani studiosi cattolici italiani, il libro gode pure di preziose note esplicative a piè di pagina e di importanti riferimenti bibliografici con indice dei nomi alla fine del volume. Nella prefazione di James V. Schall S.J. vengono sottolineati due aspetti interessanti del libro: il primo è il richiamo alla vigilanza contro la minaccia di una tirannia democratica soft, il secondo è l’invito all’ eutrapelia del party ed alla dimensione trascendente: “La vita eterna è il party Hobbit per il quale siamo stati creati, con tutte le sue gioie”. Il religioso gesuita definisce gli intenti degli autori americani, Jonathan Witt e Jay W. Richards, i quali : “Hanno intrapreso il delicato compito di illuminarci su che cosa l’autore (Tolkien) volesse dire veramente”. Un compito davvero arduo e, a mio avviso, solo parzialmente centrato, non tanto per i propositi talvolta reconditi del grande studioso inglese, il quale appositamente “nascondeva per rivelare”, ma per l’impianto troppo liberale degli appassionati cultori statunitensi di Tolkien. Se quindi da una parte è vero, come si dichiara sin dal capitolo 1° del libro, che poco sia stato scritto sulla dimensione politica ed economica della Terra di Mezzo, dall’altra si riscontra, nell’approccio degli autori, la volontà  di difendere una visione “libertaria” che anch’essa ha poco a che fare con il reale mondo di Tolkien. Certamente Bilbo Baggins, il protagonista de: “Lo Hobbit” , era un amante della libertà e delle comodità della vita della Contea, ma lo era non tanto per un’avversione al centralismo statalista, quanto piuttosto per una difesa del senso comune e della legge naturale che ogni persona (sia Nano, sia Uomo, sia Hobbit), come insegna la Dottrina sociale della Chiesa, ha in ogni tempo e in ogni luogo. Parlare quindi di conservatorismo sociale e politico in Tolkien, magari alla stregua di un Tea Party, pur riconoscendone una visione dell’uomo e del mondo specificamente cattolica, è sembrata tuttavia, a mio parere, un’operazione molto discutibile. Assumere perciò di Tolkien la figura di un pensatore integrativo di prim’ordine, alludendo all’ambito del management aziendale, significa ridurre la sua portata ad una visione strettamente economicista (seppur nella salvaguardia della libertà dell’uomo) sostanzialmente conflittuale con una proposta organica e complementare dei principi della Dottrina sociale della Chiesa, dove anche la funzione dello Stato non viene annullata dalla rivendicazione delle libertà dell’uomo.

 

Economia ed economia politica

E’ vero che Witt e Richards (Tolkienomics) superano la riduzione ideologica dell’ homo oeconomicus in favore di un’economia politica, ma nell’integrare le facoltà umane (ragione, memoria e volontà) con gli altri doni e talenti ricevuti, non hanno considerato ciò che era essenziale per Tolkien, ovvero lo statuto originario della ragione e della fantasia, ossia il loro  ruolo inscindibile. Infatti la fantasia (da non confondersi con la dimensione onirica e dell’allucinazione) doveva godere per Tolkien di un primato, al pari della ragione, e costituiva quindi un diritto  naturale dell’uomo da difendersi alla stregua della libertà (il saggio Sulle fiabe attesta indiscutibilmente questa concezione della fantasia legata alla ragione). Pensare a Hobbisville come ad uno snodo tecnologico ed a Tolkien come a un convinto tradizionalista per gusto e temperamento senza sottolineare la sua avversione alla tecnologia e al capitalismo è sembrata un azzardo e non può voler dire, secondo le parole degli autori, dare un giusto peso a questo suo tradizionalismo, ma in realtà indugiare piuttosto a giustificare la storia e l’ideologia capitalistica. Quest’operazione culturale degli autori se, da una parte, coglie gli aspetti riprovevoli di un consumismo monolitico e globale e di una “volontà di bruttezza” che certamente Tolkien condivideva diventa, dall’altra parte, inaccettabile come dipingere un quadro irreale (pre-industriale) della vita degli Hobbit, confrontando la Contea con un mondo post-industriale come il nostro: “La Contea fruisce di numerose innovazioni cui, nel nostro mondo, si è giunti grazie al dinamismo creativo del capitalismo occidentale…”.

 

L’ultima casa accogliente

Riguardo al presunto inerme e naturale “dinamismo creativo” del capitalismo occidentale (richiamato più volte dagli autori)non bisogna infatti dimenticare che il Magistero sociale della Chiesa, in primis la Rerum Novarum di Leone XIII del 1891, si scagliava contro i mali del capitalismo e contro la reazione sbagliata (socialista) a questi mali. Pur riconoscendo i meriti degli autori ed esegeti del pensiero tolkieniano quali indubbiamente sono Witt e Richards e la loro puntualità e precisione nelle citazioni tratte dai libri, sta proprio nell’interpretazione del pensiero di Tolkien il mio specifico distacco dal loro punto di vista. Il desiderio legittimo di fare una scampagnata ad Hobbisville e per l’intera Contea non può far desumere che Tolkien si riferisse alla pratica di nessun potere statuale, ma quanto piuttosto al conferimento libero dei poteri (ad un riconosciuto e piccolo potere centrale) di una comunità che si autogoverna. Se inoltre è vero, come rimarcato giustamente nel capitolo 2°, che la Casa accogliente di Elrond rappresenta la conservazione di tutte le tradizioni buone, sagge e belle, è altrettanto vero che diventa un luogo di ristoro propulsivo fondamentale (oserei dire quasi un benefico ritiro di esercizi spirituali) prima delle pericolose avventure non solo della Terza Era ma in qualsiasi altro tempo.  Quando si allude, ancora, al desiderio di avventura riscontrabile nella natura degli Hobbit, questa non può essere riconducibile alla mera sfera creativa dell’iniziativa privata ma piuttosto a quella trascendente legata alla persona. I calcoli dei rischi di Bilbo (siano essi imprenditoriali o meno) nella pericolosa avventura dei Nani con Gandalf sono scossi essenzialmente dall’aver compreso  il desiderio profondo del cuore dei Nani (più che riferirsi alla loro industriale intraprendenza). L’anelito di Bilbo e degli stessi Hobbit sta appunto nel riconoscere la reale natura (universale per tutte le razze) e l’autentica mission alla quale si è chiamati.  Anche nel Signore degli Anelli questa caratteristica viene rimarcata .

 

Il rispetto della proprietà

La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre difeso il corretto concetto di proprietà privata unito allo scopo ultimo della destinazione universale dei beni e quindi ad un appropriato distacco dai beni materiali, senza tuttavia escluderli, al fine della salvezza del bene più prezioso, l’anima immortale. La desolazione morale del drago Smaug, piegato e schiavo delle ricchezze sottratte agli operosi Nani, ha un’affinità col male dell’Anello in possesso di Gollum, un Hobbit abbruttito miseramente dal suo tessoro. Non si tratta, a mio modo di vedere, di uno snobismo aristocratico contrapposto, come deducono gli autori prendendo spunto dall’analisi storica di Michael Novak, all’alacrità dell’uomo di commercio. Non si tratta nemmeno di giustificare lo status borghese, secondo le testuali parole di Witt e Richards su lo Hobbit: “Bilbo diventa dinamico, coscienzioso e di mente aperta, recuperando le virtù di laboriosità, competitività e intraprendenza che nel Medioevo permisero al ceto borghese di unirsi alla classe media e farla crescere”. Tolkien evidenzia e vuole farci vedere nell’avidità del drago e nella meschinità di Gollum la bruttezza del male proprio perché, vedendolo, ce ne possiamo sottrarre ed allontanarci così dalle insidie del Maligno, si chiami esso Lucifero, Melkor o Sauron. L’Unico Anello, come evidenziato nel capitolo IV, ha infatti un fascino diabolico, spesso irresistibile, che allude alle insidie del denaro e del potere. Sta in questo il messaggio di Tolkien e la Compagnia dell’Anello ha, come giustamente evidenziano Witt e Richards, il compito di distruggere proprio l’oggetto che, nel modo più seducente possibile, lusinga con la promessa di un potere glorioso e senza limiti.

 

La guerra giusta dell’Anello e la condanna di altre ideologie

Nel volume ho rintracciato qualche limite, dovuto, a mio modo di vedere ad un’ispirazione troppo centralizzata alla libertà della persona, intesa nelle modalità di intraprendere iniziative di carattere non solo economico ma anche morale. Pur rispettando e condivivendo alcune posizioni, credo che la poetica di Tolkien sia da collocare all’interno di categorie diverse: fantastico-metafisico, etico-contemplativo. Il libro ha molti pregi e soprattutto quello di sottolineare gli aspetti perniciosi delle ideologie pervasive e di controllo, con riferimenti interessanti all’opera di Herbert George Wells, in particolare a: “L’uomo invisibile” oppure alla Repubblica di Platone e, precisamente, alla storia di Gige narrata da Glaucone ed ancora al Panopticon (Torre di controllo) descritto da Jeremy Bentham, così come il famoso romanzo 1984 ed il richiamo al Grande Fratello di George Orwell. La guerra giusta dell’Anello e la visione provvidenziale di una teologia della storia sostenuta dagli autori, mi è apparsa la sezione del libro più attinente alla filosofia di Tolkien e quindi più veridica, dovuta ad un’analisi attenta dell’universo fantasy tolkieniano piuttosto che alla preoccupazione di agganciarlo all’etica cattolico-liberale di Lord Acton, alle riflessioni sulla democrazia di Tocqueville ed a quelle dei Padri Fondatori degli Stati Uniti. Esemplari le pagine di condanna di ideologie moderne quali il pacifismo (che nulla ha a che vedere con il concetto di “giusta pace”), l’ecologismo (che nulla a che vedere con un sano rispetto dell’ambiente), il naturalismo (che nulla ha a che vedere con il giusto concetto di “natura”). Anche l’umanofobia è un tema giustamente trattato in una prospettiva trans umanistica che nulla ha a che fare con la dimensione trascendente e originale della persona umana e nella prospettiva umana di una crescita della natalità all’interno della società occidentale, come indicato nelle belle parole di Witt e Richards: “La vita e l’opera di Tolkien mostrano l’abisso ideologico che separa lo scrittore britannico dall’ecologismo umanofobo dei nostri giorni”.

 

La Dottrina sociale della Chiesa e il distributismo

Nell’VIII capitolo, La Compagnia dei localisti, Jonathan Witt e Jay W. Richards testimoniano, mi duole dirlo, una scarsa conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa e del distributismo. Incredibile mi è parsa innanzitutto la mancata citazione di un grande studioso statunitense, addirittura texano come gli autori, John C. Medaille, Adjunct Professor Department of Teheology Graduate School of Management of University of Dallas che, oltre a scrivere su riviste distributiste, in primis The Distributist Review, ha pubblicato numerosi libri, tra cui un essenziale: “Distributism: toward a truly free market”. Altrettanto stupefacente mi è parsa la scarsa considerazione attribuita infelicemente ad uno dei Padri di questa interessante proposta radicata nella riflessione sui temi della Rerum Novarum, Gilbert Keith Chesterton, che viene ricondotto a poche note aforistiche: “Chesterton si esprimeva sul tema più per aforismi, in una forma quasi impressionista”. Chesterton scrisse un libro-manifesto sul distributismo: “Il profilo della ragionevolezza” oltre a numerose altre opere ed articoli, dedicando al tema molti anni della sua vita. La preoccupazione di squalificare, da parte degli autori, la proposta distributista relativizzandone la portata in quanto irrealistica o addirittura troppo localistica, avrebbe dovuto tener conto degli apporti significativi di uno storico come Hilaire Belloc, di un artista-filosofo come Chesterton, di un economista come Medaille e di un teologo domenicano come Vincent McNabb, padre spirituale (in profumo di santità) di Belloc e Chesterton. Le omissioni in tal senso mi sembra che privino della corretta documentazione ed interpretazione una proposta, come quella distributista, che avrebbe meritato maggiore considerazione anche nella prospettiva dell’appartenenza o meno di Tolkien a quella dottrina economico-sociale.

 

Frodo è con noi ?

Nell’Epilogo del libro gli autori promuovono una corretta interpretazione dell’opera straordinaria di Tolkien con le seguenti significative parole: “Egli credeva che il lavoro da fare, nel nostro tempo, fosse impegnarsi per il reincanto della nostra cultura”. Tolkien infatti, lungi dall’ essere qualificato come escapista nel regno fantasy, ha molto a che fare con i principi della Dottrina sociale della Chiesa oggi. La Compagnia dell’Anello è un esempio concreto di conciliazione e di applicazione dei principi di sussidiarietà e di solidarietà tra Uomini, Elfi, Nani, Hobbit.  Non ci dovrebbe tuttavia preoccupare l’ascrivere l’eroismo di Frodo al nostro (seppur legittimo) pensiero. In questo si condensa l’equivoco di Witt e Richards : la missione per distruggere l’Anello e le potenze del Male non è solamente “lotta per la libertà”, equiparabile così ad una visione cattolico-liberale o conservatrice, ma crescita nelle virtù umane dell’umiltà, della dedizione, del sacrificio, dell’amore e trae linfa dall’essenzialità del Vangelo e dalla vita del Nostro Salvatore, Gesù Cristo.

 

FABIO TREVISAN

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Anno XII (2016), numero 4, OTTOBRE - DICEMBRE

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