Archivio

Elenco Completo

Il monachesimo ci salverą e i santi torneranno.

Beniamino Lucis
[Fede & Cultura]

Sant’Antonio abate (III secolo) si ritirò nel deserto della Tebaide e visse pressoché da solo tutta la vita. Isacco il Sirio (VII secolo), vescovo e teologo, si ritirò in solitudine con altri anacoreti e studiò la Bibbia fino a diventare quasi cieco. San Serafino di Sarov (XVIII secolo) visse per anni una vita di penitenza in pieno nascondimento nella foresta. San Giovanni Crisostomo, poi vescovo di Costantinopoli, durante gli anni giovanili visse una lunga e rigida esperienza monastica di digiuno, penitenza e preghiera nel deserto. Agostino, Martino, Patrizio, Evagrio Pontico, Cassiano, Bonifacio, Eusebio di Vercelli, Gregorio, Ildebrando di Soana, Pier Damiani, San Bernardo, San Bruno, San Serafino di Sarov furono monaci, scelsero la solitudine, il silenzio, la mortificazione del corpo, la preghiera.

Beniamino Lucis, autore di questo libro che qui presento (Ci salverà il monachesimo, Fede & Cultura, Verona 2016), è lo pseudonimo di un monaco di oggi, che si chiede se abbia ancora senso cristiano separarsi dal mondo, costruire muri, scegliere la solitudine, andare nel deserto, vivere in una cella, chiudere una porta a doppia mandata, alzarsi di notte per pregare. Staccarsi dal mondo non è superbia? Voler stare da solo non è psicopatologia? Pregare senza agire non significa pedalare a vuoto? Mortificarsi non è autolesionismo? La mentalità di oggi tende a considerare il monaco un alienato e non riesce a capire che c’è un unico modo di servire il mondo: staccarsene.

Il monaco è il battezzato

Cosa significa essere monaco? Cosa vuol dire farsi monaco? Alle origini del monachesimo – così scrive Beniamino Lucis -, quando Antonio si ritirò nel deserto, Pacomio creò il monachesimo cenobitico, San Benedetto fondò il monachesimo occidentale e San Basilio una istituzione monastica nella Cappadocia e le regole per il monachesimo orientale, tre erano i fondamenti del monachesimo: la fuga dal mondo, la lotta contro il demonio, la ricerca del Paradiso perduto. Sono tre elementi della vita del cristiano in quanto tale. In fondo il monachesimo non è qualcosa in più del cristianesimo, ma la conseguenza del Battesimo vissuto. Il Battesimo è una morte al mondo, una rinuncia a Satana e una rinascita tramite la Resurrezione di Cristo. La veste monastica è segno della veste battesimale, spogliarsi del vestito vecchio e indossare il vestito nuovo. La professione monastica è un secondo Battesimo. Per questo stesso motivo, la vocazione del monaco è la stessa vocazione di ogni cristiano. San Giovanni Crisostomo diceva che l’ideale del monaco vale anche per chi è sposato, che deve pure lui essere un po’ come un monaco. Il monaco, semmai, sta davanti, fa da apripista, cerca di vivere in modo più rigoroso queste verità.

Il monaco sa che il vero ed unico problema è il peccato, che grava su tutto il creato, il quale attende la propria liberazione dalla Grazia di Dio. Il monaco prega per questa liberazione, che investe non solo lui o la sua comunità, ma l’umanità intera. Il monaco, scrive Beniamino Lucis, si offre per togliere il peccato dal mondo, sacrificando se stesso sulla Croce di Cristo. Il monaco non prega per la giustizia o la pace, per la salute o per il benessere dei fratelli, prega perché sia vinto il peccato.

La fuga dal mondo, la lotta contro il demonio e il ritorno al Paradiso perduto

Questo richiede la fuga dal mondo. Il monaco abbandona il mondo anche esteriormente, rinuncia anche alle gioie buone e lecite di questo mondo, si stacca da ogni compromesso col peccato. Ciò non ha però il senso della “fuga”, né è un disimpegno. Il monaco è inattivo secondo la logica del mondo, ma non secondo la logica di Dio. Secondo questa logica egli è “utilissimo”, si colloca al centro della stessa vita sociale e fa il bene dei popoli e dell’intera umanità. Con il suo progresso spirituale innalza il mondo intero e lo porta al cospetto del Volto di Dio. Con il suo esempio e con la guida spirituale egli eleva tante altre persone. «L’uomo del romitorio in realtà entra più profondamente in comunione con tutti, assume ogni valore, supplica la misericordia per i peccatori di tutto il mondo, combatte le passioni, illumina con poche parole di fuoco chi a lui si rivolge, porta Dio nel mondo perché in Dio egli vive».

La fuga dal mondo viene perseguita perché il demonio, come insegna il Vangelo, è il principe di questo mondo (Gv 12,30; 1Gv 5,19, 2Cor 4,4). Da qui la lotta contro il demonio, il secondo aspetto fondamentale del monachesimo. San Paolo dice che «la nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12). Il monaco obbedisce a Dio, è povero e casto. Vive di vita sacramentale, prega sette volte al giorno Dio a nome della Chiesa per l’intera creazione. Ma parlare di vita spirituale senza combattere i vizi (propri, non quelli degli altri) non ha senso. Il monachesimo è «stare davanti a Dio faccia a faccia, entrando nel proprio cuore purificandolo con una dura disciplina ascetica, divenire luce del mondo.

L’uomo ha perduto il Paradiso dopo il peccato di Adamo e da allora fa di tutto pe ritornarvi. La vita di castità e di povertà del monaco, i digiuni, le veglie, la preghiera dicono che l’uomo non è fatto per questo mondo e che ha una tremenda nostalgia per la vera patria. E il desiderio della vita celeste produce una vera anticipazione della stessa vita del Cielo. L’anima purificata purifica il mondo psicologico e lo stesso corpo. Attorno ad un monastero tutta la vita cambia. Il monachesimo è la vera ecologia. Il profumo paradisiaco del monastero sana anche la natura: San Francesco convince il lupo, Serafino chiede all’orso siberiano di andare a prendergli il miele, San Martino di Porres fa le catechesi domenicali ai topi, San Gharbel Maklouf chiede alle vipere di non disturbare il lavoro dei campi.

I monaci, i religiosi, i laici

Secondo Beniamino Lucis, il monachesimo è uno stato non solo dei monaci. Quando con san Domenico e san Francesco nacquero i Frati e poi i diversi ordini religiosi, in loro c’era del monachesimo. Forse che la fuga dal mondo, la lotta col demonio e l’attesa del Paradiso perduto non c’erano in San Francesco? In lui non c’erano l’ascesi, la mortificazione, la preghiera, la contemplazione?: «E’ vero che Francesco non è vissuto nel deserto, tuttavia passava tempi lunghissimi in solitudine e, se non si è separato dagli uomini, era in lui assolutamente radicale la separazione dal mondo e dalla mondanità». Francesco viveva come un monaco ma adoperava altri mezzi rispetto a quelli del monaco. Così vale per gli altri ordini religiosi. Camillo de Lellis o San Domenico, Ignazio di Loyola o San Giovanni Bosco vivevano il monachesimo dentro una speciale dedizione ad un ambito della carità. Questa è la differenza tra il monaco e il religioso: i monaci sono coloro che non hanno fini secondari specifici, come i malati, o i giovani, o la lotta alle eresie, o l’educazione. Ma il fine primario rimane uguale per i monaci e per i religiosi.

Anche il laico, sposato e impegnato nella professione o nella società, deve avere qualcosa del monaco. L’obbedienza ai propri doveri, la castità nella vita coniugale, l’uso sobrio e giusto dei beni sono virtù anche del laico. Il laico ordina il mondo a Dio con la sua attività nel mondo (ma non del mondo) così come il monaco implora da Dio la liberazione del creato e per tutti la nuova vita nella Grazia.

Il monachesimo e il dialogo col mondo

Non c’è alcun dubbio che il monachesimo sia in profonda crisi in questa epoca postconciliare: «se la Chiesa va verso il mondo per dialogare con gli strumenti di quest’ultimo, non ha più senso il monastero, che si fonda al contrario sulla distanza dal mondo. Il monaco diventa allora un essere alienato che si trova addirittura in contraddizione con la Chiesa stessa in cui vive. Il monaco deve andare dallo psichiatra, per salvarsi deve uscire e liberarsi immediatamente della propria vocazione».

Se l’umanità fa immensi progressi perché fuggire dal mondo? Se stiamo andando verso una nuova era, perché combattere il demonio? Se le cose si risolvono con il dialogo o la diplomazia perché pregare? Perché cercare il Paradiso perduto se già qui possiamo avere la pace, la giustizia e il rispetto del creato? «L’unico dialogo del monaco è quello con Dio, egli parla di Dio agli uomini e soprattutto parla a Dio degli uomini, li porta tutti nel cuore, li presenta all’Onnipotente in una continua intercessione per loro», così dice Beniamino Lucis, che ci ricorda: «Sant’Antonio abate, primo monaco, lasciò la solitudine del deserto due volte sole nella vita: la prima sperando di subire il martirio, quando un imperatore pagano aveva cominciato a perseguitare i cristiani, la seconda per andare a confutare l’eresia degli ariani. Ecco il dialogo del primo grande monaco con gli uomini del mondo!».

 

Beniamino Lucis, Ci Salverà il monachesimo, Fede & Cultura, Verona 2016

Cerca

Anno XII (2016), numero 4, OTTOBRE - DICEMBRE

Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa

Leggi
Abbonati

Scaffale
Il Libro della Settimana

La luz brilla en las tinieblas. Cardenal Van Thuȃn: historia de una esperanza

M. A. VELASCO

La luz brilla en las tinieblas. Cardenal Van Thuȃn: historia de una esperanza

Continua

Elenco Completo

I nostri Libri

IL CAOS DELLE MIGRAZIONI, LE MIGRAZIONI NEL CAOS. VIII Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo.

IL CAOS DELLE MIGRAZIONI, LE MIGRAZIONI NEL CAOS. VIII Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo. ( )

IL CAOS DELLE MIGRAZIONI, LE MIGRAZIONI NEL CAOS. VIII RAPPORTO SULLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NEL MONDO.

Continua

Elenco Completo

Il Cardinale Van Thuân

 

I Dossiers dell'Osservatorio