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Tra ragione e fede. La Dottrina sociale della Chiesa e la sua valenza “ecumenica”

Prezzo
€ 16,00

Pagine
154

E. BOTTO, F. CITTERIO, A. GEROLIN (a cura di)
[Vita e Pensiero]

Uno dei rilievi che spesso vengono mossi alla Dottrina sociale – da parte dei suoi detrattori, talora anche credenti – è quello di essere un sapere perlopiù teorico e astratto, limitato al campo teologico-filosofico, anche stimolante intellettualmente, ma in definitiva distante dalle esigenze e i bisogni materiali  della realtà. Essa insomma non servirebbe poi molto – concretamente, e un po' brutalmente parlando – alle questioni sociali da risolvere hic et nunc nella società contemporanea. L'obiezione trova ora in questo volume che raccoglie gli atti del recente Convegno internazionale organizzato dal Centro di Ateneo dell'Università Cattolica del Sacro Cuore sul dialogo tra ragione e fede e il valore universale della Dottrina sociale una serie di contro-argomentazioni e spunti d'indubbio interesse offerti da diversi studiosi provenienti da differenti parti del mondo. La tesi di partenza è proprio quella che la Dottrina sociale della Chiesa possegga intrinsecamente una sua propria 'ecumenicità', una capacità originale - cioè - di parlare a tutti a prescindere dall'appartenenza religiosa e dalla cultura di provenienza. Ecumenismo allora è qui da intendersi nel senso di 'universalismo' che è poi, come si sa, anche etimologicamente, sinonimo di 'cattolico'. Non a caso, come sottolinea il Rettore dell'università, Franco Anelli, nell'intervento iniziale, la cattedra della Chiesa nel suo magistero sociale si muove sempre a partire dal primato della fede, assolutamente certa, per dirla con il Giovanni Paolo II della Centesimus Annus, che “la dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana” (pag. 3) ed è in quest'ottica che la Santa Sede come Istituzione ha portato e porta i suoi contributi specifici nelle principali organizzazioni internazionali, come l'ONU, di cui fa parte. Il tema viene affrontato in dettaglio nella relazione di monsignor Silvano Tomasi (“Nazioni Unite e Dottrina sociale della Chiesa”, pp. 19-31), Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, che rievocando brevemente la storia dei rapporti fra l'ONU e la Sede Apostolica mette in luce come – ad esempio – il richiamo alla centralità della dignità della persona umana – così ricorrente negli interventi diplomatici della Santa Sede, derivi “dall'unicità dell'essere umano rispetto al resto della creazione, di essere stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio” (pag. 24) e dunque dall'ordine divino espresso secondo la teologia biblica, a partire già dalla Genesi. Si vede allora, come nella logica cattolica dell'et-et, tutto si tiene: la preoccupazione per i diritti fondamentali dei rifugiati (per stare a un tema sociale di estrema attualità) e la fedeltà alla Parola di Dio (da cui discende appunto il rispetto della dignità della persona umana, in quanto tale, creata a immagine e somiglianza di Dio). Oggi, però, fa notare Tomasi, forse per la prima volta da quando la Santa Sede collabora con le Nazioni Unite (1948) si sta facendo largo nella cultura pubblica a livello internazionale e quindi poi anche nelle istituzioni “una differente concezione della persona umana. Due antropologie che si confrontano e che servono da fondamento per giustificare i diritti umani. Per la tradizione cattolica, la promozione della dignità della persona umana e di un giusto ordine internazionale fondato sul rispetto della legge naturale e di principi etici non negoziabili spiega l'appoggio costante dato all'ONU. Infatti questa Organizzazione è vista come uno strumento di comunicazione e di costruzione di una comunità internazionale che dovrebbe riflettere sempre più la visione cristiana dell'umanità come una sola famiglia che funziona in base a principi di solidarietà e sussidiarietà” (pagg. 27-28). A partire dalla sexual revolution del 1968, però, è apparsa progressivamente sulla scena anche un'antropologia post-moderna, come la definisce Tomasi, che considera invece l'individuo fine a se stesso e si preoccupa solo di soddisfare i propri desideri secondo un culto dell'egoismo sempre più diffuso. Qui, paradossalmente, s'incontrano e si danno la mano “l'economia neo-liberale, che tende ad essere classificata come una questione conservativa, e i concetti libertari dell'etica pubblica, che tendono ad essere classificati come questioni progressiste” (pag. 28). Così, “mentre l'homo economicus si focalizza sulle sue soddisfazioni materiali, sazio ma non contento, l'uomo dei diritti persegue tutte le sue aspirazioni non materiali come l'amore, il desiderio o la paura della maternità, la paura della sofferenza e della morte, come pure la ricerca di una identità, attraverso la moltiplicazione dei diritti individuali” (ibidem).

Dal punto di vista del quadro giuridico internazionale, per Tomasi, è proprio quest'ultimo elemento il fattore più rilevante degli ultimi anni: a partire dalle conferenze di Vienna (1993), del Cairo (1994) e di Pechino (1995), in effetti, “la proliferazione dei diritti individuali viene ad esprimere la pretesa che l'ordine giuridico possa risolvere tutti i drammi umani ed assicurare la risposta al bisogno di infinito che abita il cuore umano. Abbiamo così nuovi diritti: il diritto a sposarsi senza limitazioni; il diritto di definire la propria identità di genere indipendentemente dalla realtà biologica; il diritto ad avere figli attraverso l'adozione o la fertilizzazione assistita, o di non averne, attraverso l'aborto; il diritto di morire senza soffrire” (pag. 29). Viviamo insomma nell'epoca dei paradossi: “da una parte, delle élite burocratiche s'impongono nella promozione dell'ideologia di un individualismo radicale senza passare attraverso un processo democratico rappresentato dai Parlamenti e appoggiate dai grandi mezzi di comunicazione e dall'altra uno sviluppo parallelo cresce nel campo giudiziario dove al di là dell'applicazione della legge si cerca d'imporne un'interpretazione favorevole alla cultura elitaria” (ibidem).

Nell'intervento successivo (“Anglican and Roman Catholic Social Theology: Convergent Trends”, pp. 34-40), è Rowan Williams, già arcivescovo di Canterbury e oggi Master del Magdalene College presso l'Università di Cambridge, in rappresentanza dell'anglicanesimo, a tornare su alcuni di questi spunti evidenziando delle analogie tra la tradizione sociale cattolica e quella anglicana e i loro rispettivi riflessi pubblici, in particolare il fatto che non poche delle conquiste politiche più importanti nei nostri Stati di diritto sono in realtà frutto, o conseguenza, di una controversia teologica o di tipo dottrinale-spirituale e dunque hanno alla loro base delle radici religiose, a partire dalla teoria fondamentale dell'uguaglianza fra tutti gli esseri umani: l'attuale cultura secolarizzata non pare per la verità molto incline a riconoscere dei debiti alla società religiosa che l'ha preceduta e tuttavia è un fatto che senza di essa forse non avrebbe molte delle garanzie e delle libertà che oggi rivendica invece con orgoglio come proprie.

Il laicismo, tuttavia, non è l'unico ostacolo oggi per la testimonianza e l'annuncio della Dottrina sociale in  pubblico. Fuori dall'Europa, infatti, più che il laicismo, vi è la crescita del fondamentalismo e del radicalismo di matrice islamista che viene messo a tema – con riferimento al Paese di provenienza – dallo studioso egiziano Wael Farouq in un dettagliato intervento che, proprio per la testimonianza di prima mano, riveste nel volume un assoluto interesse (“The Christian minority in the time of Revolution: social change and the possibilities of encounter across religions”, pp. 87-98). Farouq ripercorre infatti la storia recente del suo Paese sottolineando come i cristiani egiziani fossero presenti e rispettati negli spazi pubblici praticamente fino alla Rivoluzione militare del luglio 1952 quando andò al potere il colonnello Gamal Abdel Nasser che, pur non colpendo direttamente i copti, vietando tuttavia i gruppi partitici, nazionalizzando la cultura e intervenendo nelle attività economiche dove questi erano spesso gli attori principali, di fatto emarginò notevolmente la loro incidenza nella società al punto che molti storici locali oggi tendono a far terminare l'“età d'oro dei copti”, iniziata all'indomani della rivoluzione del 1919, proprio nel 1952. Con il successore Anwar Sadat, poi, le cose peggiorarono ulteriormente, in particolare quando questi si alleò con le fazioni politiche islamiste e cercò d'introdurre la sharia – la legge religiosa islamica - come fonte principale della legislazione nazionale. La vita sociale egiziana per i cristiani è andata avanti così tra incertezze, minacce e dicriminazioni vere e proprie (tra cui quella, sempre ricorrente, tra le lezioni dei banchi di scuola come nelle manifestazioni delle piazze, secondo cui un copto, non essendo mussulmano, non sarebbe alla fine un vero egiziano e quindi 'meno cittadino' degli altri) per anni e anni, fino ad arrivare al regime di Hosni Mubarak (dove di fatto i cristiani, sempre più emarginati dai poteri pubblici, hanno finito con il costruirsi una sorta di società parallela in cui poter crescere ed educare liberamente i loro figli) e quindi alla parentesi recente, ma oggettivamente devastante, del governo di Mohamed Morsi, il capo dei Fratelli Mussulmani che per due anni ha rischiato di far piombare il Paese in una sanguinosissima guerra civile permanente misconoscendo di fatto ogni altra presenza che non fosse quella islamista nella politica, nelle istituzioni civili e nella cultura egiziana. Così, si capisce come, per quanto assurdo apparentemente possa sembrare, gli unici momenti in cui i cristiani egiziani si sono sentiti parte attiva della Nazione e quindi della società civile siano stati in realtà quelli delle rivoluzioni, nel 1919 prima, e nel 2011 dopo. La speranza è che almeno ora, con la nuova stagione di unità nazionale finalmente inaugurata dopo gli scontri degli ultimi anni, l'identità religiosa della minoranza non debba essere nuovamente nascosta come nel passato alla stregua di qualcosa di cui vergognarsi, mentre sul lato delle riforme vere e proprie dal nuovo governo si aspettano passi in avanti più decisi sui temi fondamentali della libertà religiosa (a partire dalla costruzione, ma non solo, degli edifici di culto) e di coscienza, quelli in assoluto più ostacolati dagli ultimi esecutivi.

Conclude la raccolta l'intervento di Flaminia Giovanelli (“A 50 anni dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII: la permanente attualità di un messaggio e il suo respiro 'ecumenico'”, pp. 139-152), sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che ricordando le recenti commemorazioni per il cinquantenario dell'enciclica sociale ne sottolinea il grande lascito storico per la Chiesa universale e in particolare i frutti fin qui riportati nel cammino ecumenico e nel campo del dialogo interreligioso in genere a cui – fin dalla sua istituzione, nel 1966 – il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, proprio per volere di Papa Paolo VI che lo volle, si dedica regolarmente. Anzi, a ben vedere, l'origine ideale delle molteplici attività ecumeniche statutarie dello stesso dicastero risale anche oltre, proprio alla stesura del documento giovanneo se oggi si rileggono certi passi (cfr. pag. 146). D'altra parte, proprio il dicastero è il principale responsabile della promozione del Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace che dal 1967 i Pontefici come noto a ogni inizio anno, il primo gennaio, rivolgono al mondo intero, riscuotendo una risonanza tra i mass-media a livello internazionale e un eco nelle grandi istituzioni globali che indubbiamente hanno pochi eguali. Il messaggio, entrato ormai nella tradizione recente dell'insegnamento sociale, rafforza in effetti l'autorevolezza morale della Chiesa proprio alla luce del suo spiccato carattere ecumenico e quindi universale, diretto a tutti e comprensibile da tutti, in ogni parte del mondo. A sua volta, naturalmente, il messaggio esprime pure la più tipica attitudine pastorale della suprema cattedra apostolica che è appunto quella della predicazione 'fino ai quattro angoli della terra' per portare quella parola di luce e di verità che salva e dona la vita. Un esempio concreto, nemmeno tanto piccolo, se si vuole, di come una riflessione pubblica a partire dalla Dottrina sociale possa generare approfondimenti poi ad alti livelli di governo, proposte di azioni politiche, persino ispirare attività concrete sul territorio, come è accaduto, in aiuto delle urgenze sociali più sentite dei nostri tempi.

 

                                                                                                                                  Omar Ebrahime        

 

E. BOTTO, F. CITTERIO, A. GEROLIN (a cura di), Tra ragione e fede. La Dottrina sociale della Chiesa e la sua valenza “ecumenica”, Vita & Pensiero, Milano 2015, Pp. 154, Euro 16,00.

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