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La prudenza, virtý dimenticata, nellíultimo saggio di Zamagni.

Prezzo
€ 12,00

Pagine
126

Stefano Zamagni
[Il Mulino]

La virtù della prudenza oggi non gode di grande popolarità. Un tempo, soprattutto nel mondo classico, lampada guida di tutto l’essere e agire dell’uomo, questa risorsa intellettuale, morale e pratica si è via via assottigliata parallelamente all’affermazione di nuovi paradigmi di comportamento e nuove concezioni della vita. In particolare la prudenza è stata relegata quasi completamente ai margini dell’agone politica e dell’economia.

L’ultimo saggio dell’economista Stefano Zamagni  dal titolo  “Prudenza” (il Mulino, Bologna 2015, pp. 126, euro 12,00) si interroga sulle ragioni di questa dannosa esclusione, dimostrando perché, proprio nel nostro mondo così inospitale verso la prudenza, il ritorno a questa virtù sia una improrogabile necessità.

 

La storia della prudenza

 

Dall’antichità a oggi la prudenza ha sperimentato una progressiva emarginazione nei più diversi ambiti della vita. Questa virtù  presuppone una particolare formazione interiore, una sapienza acquisita del vivere e dell’umano, una percezione chiara e profonda della stretta connessione che esiste tra le diverse sfere di espressione e di attività della persona umana. Questa concezione della prudenza è propria ad Aristotele e Cicerone che ne hanno fatto il basamento delle loro riflessioni, studi e attività.

Un uomo così coltivato e indirizzato è capace, in ragione della prudenza, di guardare le cose dall’alto e di discernere tra ciò che è giusto fare e ciò che non lo è.

Nel Medioevo con San Tommaso d’Aquino la prudenza è valorizzata più come habitus interiore, intellettuale e morale, che come retta norma dell’agire politico. Per la riattivazione, nella pienezza della loro vitalità, di tutte le accentuazioni della prudenza più direttamente legate all’agire politico e alla gestione delle cose (economia), bisogna aspettare il XV secolo. Gli umanisti infatti vivono con impegno e passione il ritorno al mondo classico, privilegiando in particolare quelle correnti e concezioni utili a rifondare la civitas come compagine umana e sociale in cui la persona possa esprimersi in pienezza. La prudenza ha un ruolo cardine in questa riedificazione culturale, umana, etica, ma anche e soprattutto pubblica, sociale ed economica.

L’uomo è un essere sociale che si realizza nella vita attiva e il cui compito è continuare nel mondo, attraverso la virtù della prudenza, l’opera creatrice di Dio. Logicamente il basamento della costruzione della cosa pubblica è l’uomo virtuoso, sapiente, colto, teso a costruirsi intorno una “casa” capace di garantire e tutelare la piena fioritura di tutto il suo essere, intellettuale, morale e spirituale.

 

La prima incrinatura

 

Questo slancio ottimista e fiducioso degli umanisti subisce la prima drammatica incrinatura nei primi decenni del XVI secolo con Niccolò Machiavelli (Firenze 1469-1527) che disattiva totalmente la carica positiva e buona della virtù della prudenza da lui ridotta a scaltra arte del calcolo e della gestione del potere. La profonda crisi politica, morale e culturale del suo tempo si riverbera nel suo pensiero fondato su un’antropologia pessimista secondo la quale l’uomo è per natura una creatura malvagia e viziosa che, per essere governata, deve essere piegata al giogo del potere con la paura.

Nessun legame d’amore può tenere uniti questi uomini «ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori». L’amore, o comunque l’amicizia e la naturale relazionalità che fino ad ora è stata considerata comunque una componente dell’uomo sia pure accanto a difetti e mancanze, non può più essere il collante della vita comune: al suo posto deve regnare, sovrano e inflessibile, diffidente e accorto, guidato appunto dalla prudenza come arte dell’astuzia e dell’adeguato raggiro, il timore reciproco.

Questa visione sovverte l’antropologia cristiana, rileggendo in chiave negativa la virtù della prudenza e sostituendo al timone della storia la Provvidenza con la Fortuna, la cieca dea bendata che il governante deve saper sempre trarre dalla sua parte in forza dell’esercizio della prudenza come capacità di previsione degli effetti delle proprie azioni. La virtù viene scavalcata dalla ragion di Stato. Una visione desolante e crudele, che non lascia spazio neanche a una lama di luce e che trasforma il mondo e lo stesso essere dell’uomo in una sanguinosa arena ove conta solo possedere le armi più affilate e crudeli per prevalere sull’altro, prevaricarlo e se necessario ucciderlo.

 

La degenerazione moderna

 

La frattura provocata da Machiavelli nella concezione luminosa della classicità intorno alla virtù della prudenza crea una caduta libera che si acuisce con il progredire della modernità. Intorno alla definizione di virtù, non si articola più la domanda “che cosa è bene essere”, ma “che cosa è bene fare”.

Lungo la linea iniziata con Macchiavelli e proseguita da Thomas Hobbes (1588-1679) e Bernard de Mandeville (1670-1733), tutte le virtù, tra le quali la prudenza, da potenze luminose che strutturano l’essere profondo dell’uomo e improntano della propria forza costruttiva tutta la sfera dell’agire, vengono declassate a mezzi astuti e utili di cui l’uomo si serve per perseguire i propri ristretti e personali interesse — il particulare di Francesco Guicciardini (1483-1540). Il tornaconto, con il progredire delle nuove forme di economia proprie alla rivoluzione industriale e al consolidamento del ceto borghese avido ed affarista, degrada la prudenza dal ruolo di auriga dell’agire e dell’essere della persona orientata alla ricerca del bene e dei mezzi per realizzarlo luminosamente, a quello del servitore o mezzano ben attrezzato per disbrigare raggiri, affari di ogni genere, purché redditizi.

Questa concezione ha ancora alla base una visione negativa dell’uomo come essere malvagio per il quale la prudenza non è che la gestione di questa malvagità nel modo per lui più vantaggioso, senza alcun riguardo per il bene comune. Per Mandeville le virtù possono perfino essere dannose al benessere della società, in quanto destinate a un continuo scacco ad opera delle regole reali del mondo e della società, che sono regole di sopraffazione e di egoismo cieco.

 

Alcune eccezioni

 

In questo quadro così cupo che trasforma la vita e il mondo in una foresta intricata e insidiosa ove solo il più forte sopravvive e prospera, un’interessante eccezione è rappresentata dall’illuminismo italo-scozzese che torna a valorizzare la società civile come strumento capace con le sue leggi e istituzioni di coniugare l’interesse personale con il bene comune. La prudenza rende possibile questa conciliazione tra interesse personale e bene comune, come ben insegna Adam Smith (1723-1790), il quale assegna al mercato il ruolo di intessere relazioni sociali.

Questi ultimi barlumi di ottimismo ben calibrato sul realismo della condizione umana, sono destinati a tramontare con l’affermarsi dell’utilitarismo di cui Jeremy Bentham (1723-1832) è il primo e più importante alfiere. L’antica felicità come fioritura umana virtuosa e sapiente cede il passo alla felicità come frutto dell’utilità. La bilancia su cui misurare il valore di ogni cosa, anche di quelle più squisitamente umane e speculative, è l’utilità. È come se la forza dell’avidità e dell’interesse, legata allo sviluppo di un’economia sempre più selvaggia e potente, fosse divenuto l’unico centro propulsore dell’uomo moderno che non sa più nulla del proprio essere, ma vede solo il proprio avere ed esercita in sé sempre nuovi stratagemmi per avere di più, in potere e beni materiali, sospinto da un cieco appetito di cose oltre il quale non vede più nulla.

 

Quale futuro?

 

La prudenza ha perso la sua funzione classica, conoscitiva e pratica: conoscere il bene dell’uomo e i mezzi per realizzarlo, saldando interesse personale e interesse comune che sono sempre interconnessi, senza che la bilancia penda mai troppo da una parte o dall’altra. A fronte di una situazione, quale quella attuale, in cui l’economia si è sganciata dall’etica riducendosi a regno dei mezzi indifferente alla questione dei fini, i governanti e gli imprenditori dovrebbero allargare la loro visione dell’uomo, della sua relazione con gli altri, con le cose e con se stesso. Se non vi è una percezione profonda di cosa sia veramente e nel profondo l’uomo, quale la sua vera felicità e realizzazione, se non vi è una visione dei fini e dei significati — quella che gli antichi chiamavano sapienza —, se la prudenza non è più sentita come quella sottile capacità di connettere questi diversi livelli dell’esistenza umana, allora l’economia corre rischi sempre più gravi.

Nessuna sfera della vita, nei suoi principi, nella sua organizzazione e nei suoi obiettivi, può prescindere dall’aspirazione umana alla pienezza di una felicità autentica. Hanno ben poco da governare e da ampliare i propri mercati gli uomini che stanno nella stanza dei bottoni: senza la prudenza e la squisita cultura dell’umano propria alla nostra antropologia cristiana, chi crede di tenere le redini della Fortuna prima o poi dovrà accorgersi che se non è capace di creare, con la guida della prudenza, anche nella politica e nell’economia le condizioni perché l’uomo si realizzi e fiorisca nella pienezza del suo essere, lui stesso prima o poi rimarrà vittima dell’ingranaggio implacabile di quella società e di quel mercato disumani e distruttivi da lui stesso creati.

 

Alessandra Scarino

 

Stefano Zamagni, “Prudenza”,il Mulino, Bologna 2015, pp. 126, euro 12,00


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Anno XII (2016), numero 4, OTTOBRE - DICEMBRE

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