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La dittatura dell’etica senza fondamento

11-11-2016 - di Stefano Fontana

Pubblichiamo il testo della relazione tenuta da Stefano Fontana venerdì 11 novembre 2016 a Trieste, al Corso di formazione dell’Ordine dei Medici dal titolo “Etica: sua evoluzione e riflessi sull’opera del medico”.

 

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L’etica è lo studio delle nostre azioni dal punto di vista del bene e del male. Essa riguarda l’agire umano. L’etica riguarda non ciò che si fa ma ciò che si dovrebbe fare. Non è descrittiva ma prescrittiva e normativa. L’agire umano è di due specie: c’è l’agire produttivo, o poiesis, e c’è l’agire etico, o praxis. Il primo ha il fine nel prodotto, il secondo ha il fine nell’azione stessa. Per questo motivo a decidere della bontà dell’azione etica, o praxis, non potranno essere le conseguenze (consequenzialismo) anche se vanno pure tenute in considerazione, né l’utilità pratica (utilitarismo) in quanto questo spostamento di accento sui risultati trasformerebbe un’azione etica in una azione tecnica. La virtù è premio a se stessa, ossia il motivo per fare una azione buona è fare un’azione buona.

Per questo l’azione morale ha un significato intransitivo. Il nostro agire, prima di avere una ricaduta su un oggetto esterno, ricade sul soggetto agente. Se intendo rubare dei soldi, la mia prima decisione non è di rubare dei soldi ma di essere un ladro. Nell’uomo l’agire prima di tutto riguarda il suo essere, dato che la persona, essendo libera, può agire in conformità o meno al proprio essere. Può danneggiarsi sullo stesso piano dell’essere, è questa la “pena” che fare il male sempre comporta.

L’azione è mossa dalla volontà, ma se così fosse essa sarebbe cieca, un impulso vitale. L’uomo, invece, ha la capacità di considerare con la ragione le proprie azioni come contingenti e quindi di illuminarle. La volontà è incapace di valutare il bene e il male, essa è una facoltà appetitiva e non conoscitiva. Questo compito spetta all’intelligenza.

L’intelligenza può stabilire cosa sia bene per me ora e in questa situazione. Ma questo non è sufficiente per fondare un’etica la quale chiede di essere universale e di valere per tutti. Un’etica solo individuale ed empirica non è un’etica perché non indica un dover essere argomentato alla luce di principi universali. Ciò che non vale per tutti non vale per nessuno, perché vorrebbe dire che non riguarda l’uomo in quanto tale.

Alla ragione spetta quindi il compito di vedere se ci sono principi etici universali. E’ evidente che se la ragione trae da se stessa questi principi (razionalismo) essi risulteranno astratti e infondati. Se invece essa li trova nell’essere delle cose e dell’uomo allora risultano fondati nei fini che sono espressi dalla natura delle cose. L’uomo è qualcosa ed è qualcuno: questo suo essere qualcosa e qualcuno ha carattere normativo in quanto esprime una finalità: si può agire nei suoi confronti conformemente a questa natura rispettandone la finalità (e questo significa fare il bene) o si può agire contro la sua natura e la sua finalità (e questo significa fare il male). Senza finalismo nelle cose non è possibile un’etica. Se tutto è dominato dal caso o dalla necessità per l’etica non c’è più posto. Nella successione causale di una serie di fenomeni non deriva nessuna legge morale. Da situazioni di fatto non emerge nessun dover essere. 

Oggi non si ritiene più che la ragione possa conoscere l’essere delle cose, la loro natura che diventa poi normativa in quanto finalistica e quindi oggi abbiamo un’etica senza fondamento.

Oggetto dell’etica è il bene, ossia quanto è desiderabile. Tutti gli uomini desiderano il bene e se fanno il male è perché si sono sbagliati o perché la loro volontà non ha seguito le indicazioni della ragione. Il bene è l’essere in quanto desiderabile. Non si può conoscere il bene senza conoscere l’essere delle cose. Il desiderio segue la ragione e la ragione cerca l’essere. Non si può amare qualcosa o qualcuno se non nella verità del suo essere. Non c’è amore senza verità.

Conoscendo il bene, la ragione apprende delle leggi inscritte in esso. Esiste una legge morale naturale che la ragione trova nell’essere delle cose e che tutte le civiltà hanno accolto ed espresso. La legge morale però deve essere realizzata nella situazione specifica. A questo pensa la coscienza morale con la sua virtù della prudenza o phronesis. La coscienza è un atto dell’intelligenza che vede i principi generali dell’agire e anche la situazione particolare dove si dovrà operare e si sforza di ricavarne il maggior bene possibile.

La coscienza non crea la norma morale, come si tende a dire oggi, ma la conosce e la applica, non in senso automatico, ma esercitando tutta la sua creatività nel fare il massimo di bene dentro la situazione data. La coscienza non è né assoluta e creatrice né passiva e applicativa. Questo in virtù della prudenza che non è circospezione e indecisione, ma coraggio e decisione. Siccome il bene si può fare in molti modi, la coscienza qui ha un’ampia discrezionalità. Non ha però discrezionalità davanti a certe azioni che sono sempre cattive, in ogni circostanza. Gli intrinsece mala sono azioni che non si possono mai fare, come per esempio uccidere un innocente.

Le norme generali della morale non si conoscono mediante una intuizione, come fossero un elenco di idee chiare r distinte. La ragione le conosce nell’essere delle cose, però, lungo la storia e spesso certe situazioni storiche, come per esempio una dittatura, ci fa vedere meglio il bene della libertà; un periodo di guerra ci fa vedere meglio il bene della pace. Ciò non vuol dire che l’etica sia storicistica, ossia che cambi in relazione ai cambiamenti storici. Significa che la nostra ragione può, sollecitata dalla storia, approfondire il contenuto delle norme morali – come anche perderlo di vista, purtroppo – senza che ciò impedisca di avere delle leggi morali vere e autenticamente universali. L’uguaglianza tra uomo e donna è stata vista con fatica e spesso viene persa di vista, ma ciò non significa che non sia un bene assolutamente universale. Parlare di “evoluzione” dell’etica è rischioso senza tenere presenti questi aspetti.

L’etica dà luogo a leggi, dato che, come abbiamo detto, è normativa e non descrittiva. I comportamenti morali possono cambiare ma non le leggi morali che si fondano sulla natura delle cose e dell’uomo. La parola legge indica un ordinamento della ragione. Sia la legge morale che la legge giuridica sono proprio questo. Ma è evidente che la legge morale viene prima della legge giuridica, altrimenti dovremmo sostenere che lo Stato, o comunque il Legislatore, fonda anche una morale, oppure che emana leggi prive di giustificazione che non sia il puro potere. Le leggi solo positive sono così (positivismo giuridico).

Oggi viviamo in un’epoca di etica senza fondamento. La crisi della ragione produce etiche volontaristiche, oppure etiche fondate sull’assolutezza della coscienza e quindi sul sentimento, oppure etiche storicistiche con la coscienza come prodotto sociale. Oppure etiche fondate sul consenso che però non è altro che lo stesso criterio dell’assolutizzazione della coscienza individuale trasportato a livello collettivo. Oppure etiche dell’autenticità rispetto a se stessi, oggi molto in voga dato che è ritenuto sufficiente che uno parli e agisca “credendoci” o, come anche si dice, “mettendoci la faccia”, perché quello che dice e fa sia considerato un bene. Oppure l’etica dell’autodeterminazione, oggi prevalente soprattutto nel campo della bioetica.

Come è facile capire, tutti questi casi riguardano etiche senza fondamento, ove è possibile tutto e il contrario di tutto. Sono anche soluzioni contraddittorie, come testimonia il caso dell’autodeterminazione. Chi sostiene il principio dell’autodeterminazione enuncia un principio che non può dipendere dall’autodeterminazione, perché in questo caso in base all’autodeterminazione si potrebbe negare l’autodeterminazione. Anche l’autodeterminazione ha bisogno di un fondamento che non può essere essa a darsi.

L’etica senza fondamento è tendenzialmente totalitaria. Oggi si tende sempre di più a vietare l’obiezione di coscienza. L’autodeterminazione richiede infatti che si tollerino tutte le autodeterminazioni – dalla donna che abortisce al malato terminale che chiede il suicidio assistito -, tranne una: quella che nega l’autodeterminazione. Se l’autodeterminazione assoluta è un diritto assoluto, lo Stato lo deve difendere e promuovere, impedendo l’obiezione di coscienza, ossia impedendo l’autodeterminazione che nega il principio di autodeterminazione. Chiunque sostenga che c’è qualcosa che precede la coscienza e la limita viene obbligato ad accettare il principio che la coscienza non ha limiti. In questo modo lo Stato e la legge impongono alla coscienza di accettare che niente deve essere imposto alla coscienza. Si noti la non solo apparente stranezza: si impone di non tollerare imposizioni. Sta qui tutta la contraddizione: si dice che niente deve essere imposto alla coscienza, ma poi si impone questo principio in modo assoluto e dogmatico. Non può che essere questo l’esito finale della morale senza fondamento.

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Anno XII (2016), numero 4, OTTOBRE - DICEMBRE

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