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Il principio di coerenza dell’impegno sociale cattolico nella Rerum novarum Intervento alla Scuola di Dottrina sociale della Chiesa di Trieste

09-06-2016 - di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Giovedì 9 giugno 2016 si è conclusa la Prima Sessione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per la Formazione all’impegno sociale e politico della Diocesi di Trieste. Pubblichiamo la lezione che per l’occasione l’Arcivescovo Mons. Giampalo Crepaldi ha tenuto ai partecipanti presenti in aula e ai frequentanti a distanza.


*****


Quest’anno si celebrano i 125 anni dell’enciclica Rerum novarum di Papa Leone XIII. L’enciclica porta infatti la data del 15 maggio 1891. La Scuola di Dottrina sociale della Chiesa che frequentate, che conclude oggi la Prima Sessione di sette incontri, non presenta analiticamente le singole encicliche sociali dei Pontefici, ma lascia questo compito ai singoli frequentanti. Anche la Rerum novarum dovrebbe essere da voi letta, soprattutto perché è considerata la prima ed anche perché di breve e semplice lettura. Incontrandovi questa sera, ho allora pensato di leggere anch’io una piccola parte di questa enciclica, per proporvi alcune mie riflessioni. Il passo che leggeremo è di 125 anni fa, ma spero di riuscire a mostrarvene l’attualità. Non bisogna infatti scartare troppo frettolosamente le cose “vecchie”. A distanza di anni o addirittura di decenni possono rivelare preziose indicazioni.
Sceglierò un punto che possiamo considerare “minore” e su cui si sorvola molto facilmente. Mi riferisco al luogo in cui Leone XIII parla dell’adesione degli operai cattolici alle associazioni di lavoratori del tempo.

L’associazionismo operaio e cattolico in particolare
Leone XIII propone che gli operai, e gli operai cattolici in particolare, si organizzino per difendersi dalla “cose nuove” (Res novae) negative che la società industriale e le ideologie che la animano hanno portato con sé. La Rerum novarum vi dedica i paragrafi finali, dal  36 al 44.
Innanzitutto, vi si dice che il diritto di associazione è naturale e che le associazioni tra cittadini precedono lo Stato. Esse hanno carattere privato se perseguono fini privati e carattere pubblico se hanno come scopo il bene comune (37). Anche i sodalizi della Chiesa devono godere di questo diritto, mentre spesso lo Stato di allora ne confiscava i beni e li privava di personalità giuridica, atteggiamenti che la Rerum novarum condanna con decisione (39). Il diritto della Chiesa si fonda quindi anche sul diritto naturale e non su un privilegio ecclesiastico.
Vorrei notare di passaggio due aspetti interessanti di questo punto. La distinzione tra associazioni private, il cui scopo è il bene dei soci, e associazioni indirizzate al bene comune e quindi aventi valenza pubblica è oggi di grande importanza. Nell’attuale confusione tra diritto privato e diritto pubblico il confine non è più ben chiaro. La famiglia, per esempio, dovrebbe essere considerata una società naturale e quindi originariamente e strutturalmente ordinata al bene comune e meritevole di protezione politica in quanto tale, mentre viene spesso considerata una aggregazione sociale privata sganciata da ogni riferimento al bene comune e comunque meritevole di riconoscimento giuridico e di protezione pubblica. Si tratta, evidentemente, di una contraddizione. Ha origine qui anche la legislazione che prevede il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, in quanto “aggregazione sociale” (articolo 2 dell’attuale Costituzione italiana) e non in quanto “società naturale” (articolo 29). Leone XIII faceva questa distinzione sulla base del concetto di “fine”: un fine pubblico oppure un fine privato, ma la concezione del fine, a cui era collegata la nozione di diritto, è oggi stata abbandonata e sostituita con quello di diritto individuale e soggettivo, indipendentemente dal fine che avvalendosi di questi diritti si vuole raggiungere. Situandosi non sul fine ma sui diritti soggettivi diventa impossibile distinguere tra pubblico e privato e quindi anche tra associazioni finalizzate al bene comune e associazioni finalizzate al bene individuale dei soci. Lo stiamo sperimentando.
Il secondo aspetto notevole di questo passaggio della Rerum novarum è che i diritti dei sodalizi cattolici, quindi della Chiesa stessa, nei confronti dello Stato sono fatti dipendere dal diritto naturale di associazione. La Chiesa appartiene alla società civile che, dice l’enciclica, precede lo Stato. Certamente lo Stato può vietare l’esercizio di questi diritti che lo precedono quando essi pongano in pericolo altri beni pubblici come la giustizia o la pace, ma non può intervenire arbitrariamente conculcando il diritto naturale di associazione delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali intermedi. Anche oggi la Chiesa rivendica in molte parti del mondo questa sua libertà, fondata sul diritto naturale e si oppone alle violenze, alle discriminazioni e alle angherie dei poteri politici nei confronti dei suoi sodalizi. Questa giusta prospettiva non deve però confonderci e indurci ad equiparare i diritti della Chiesa cattolica verso lo Stato a quelli di qualsiasi altra associazione o confessione religiosa. Sarebbe una riduzione della giusta pretesa della Chiesa cattolica. Essa, infatti, non ha solo il diritto di essere rispettata dallo Stato nell’ambito della società civile, ma ha anche il diritto di orientare lo Stato verso il vero bene della società, essendo essa la depositaria e la conservatrice dello stesso diritto naturale a cui poi si appella per difendere i propri sodalizi dalle invadenze statali.

Le associazioni “rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico”.
Ma con ciò non siamo ancora arrivati all’aspetto che maggiormente mi interessa. L’associazionismo, continua la Rerum novarum, si è diffuso molto anche tra gli operai. La cosa è legittima e auspicabile, però Leone XIII mette in guardia da un pericolo: talvolta queste associazioni sono «rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico». Ed ecco la proposta del Papa: «In tale stato di cose gli operai cristiani non hanno che due vie: o iscriversi a società pericolose per la religione, o formarne di proprie e unire così le loro forze per sottrarsi coraggiosamente a sì ingiusta e intollerabile oppressione. Ora, potrà mai esitare sulla scelta di questo secondo partito, chi non vuole mettere a repentaglio il massimo bene dell’uomo?» (40).
Ma c’è anche qualcosa di più. Dopo aver esaminato le caratteristiche che le associazioni operaie devono avere per poter funzionare e raggiungere i loro obiettivi (nei paragrafi 42 e 43), Leone XIII torna sull’argomento delle associazioni “cattoliche” nel paragrafo 44 e sostiene che, tra i loro fini, accanto alla soluzione dei problemi concreti degli operai, c’è anche l’evangelizzazione: “Ne seguirà poi un altro vantaggio, quello cioè di infondere speranza e facilità di ravvedimento a quegli operai ai quali o manca la fede o la buona condotta secondo la fede”.
Eccoci arrivati ai due aspetti che ci interessano particolarmente.
Il primo dice che i cattolici, quando si associano e si impegnano nella società, non possono collaborare con tutti, diversamente da quanto in genere si sostiene oggi. Ai nostri giorni prevale infatti l’idea che il cattolico debba aprirsi alla collaborazione generale, mentre invece, secondo Leone XIII, così facendo rischia di collaborare a finalità sbagliate, negative sia per l’uomo che per la religione cattolica (e di solito sappiamo bene che le due cose vanno insieme). Non è sufficiente che una associazione persegua alcune finalità buone accanto ad altre cattive per meritare la collaborazione dei cattolici. Siccome non si può perseguire il bene facendo il male, il cattolico non può aderirvi, non potendo egli scorporare le finalità buone da quelle cattive e contribuendo quindi con la sua collaborazione e alle une e alle altre.
Vorrei fare qui degli esempi pratici. Nel campo dell’assistenza internazionale le Ong cattoliche si trovano a collaborare con altre Ong o con organismi e agenzie internazionali che non condividono la stessa antropologia. L’impegno per i diritti umani viene inteso da queste Ong anche come estensibile alla cosiddetta “salute riproduttiva”, che prevede sterilizzazione forzata e aborto. L’ONU ha associato il Consenso del Cairo, comprendente appunto la salute riproduttiva estesa anche al gender, al rinnovo degli obiettivi del Millennio per il periodo 2016-2030. Ciò significa che l’impegno per i diritti umani (accesso all’acqua potabile oppure accesso delle donne all’istruzione…) sarà istituzionalmente collegato con la promozione dell’aborto, anche chimico. E’ chiaro che in questi casi si pone il problema segnalato sopra: le Ong cattoliche possono collaborare? Ove il fine buono è scorporabile da quello cattivo sì, ma in altri casi no.
Il problema si pone anche qui, nelle nostre società. Il cattolico è convinto che bisogna promuovere la parità di dignità tra uomo e donna, però non può collaborare con associazioni che stravolgono questo discorso con un femminismo ideologico o con l’ideologia del gender. Il cattolico sa di doversi impegnare nella lotta contro l’Aids, ma non aiutando associazioni che pensano di farlo distribuendo contraccettivi – compresi quelli cosiddetti di emergenza che possono risultare abortivi – facendo gli interessi dei grandi gruppi farmaceutici. L’antropologia cristiana non glielo permette. E’ certamente possibile per una associazione cattolica gestire un progetto di intervento sociale in convenzione con un Comune, ma se poi questo comporta di sostenere una giunta comunale che con le sue politiche distrugge la famiglia la cosa diventa illecita.
Come si vede, l’avvertimento di Leone XIII, ancorché oggi ampiamente inascoltato, rimane di grande importanza. Oggi, dicevo, non la si pensa più così. Credo che il cambiamento di prospettiva sia dovuto soprattutto al mutamento del rapporto Chiesa-Mondo propugnato da alcune correnti teologiche. Non è questo il luogo opportuno per approfondire questo aspetto, e quindi basterà un cenno. Per alcuni teologi che non si rifanno ai presupposti filosofici e teologici a cui si rifaceva di Leone XIII, il mondo è il luogo in cui Dio si rivela nel cammino della storia dell’umanità a cui anche la Chiesa appartiene. Questa deve, quindi, stare pienamente nel mondo, imparare dal mondo, camminare insieme con tutti sapendo che in questa storia non ci è mai dato di vedere pienamente la verità. Per questo motivo sparisce la stessa necessità espressa da Leone XIII di avere delle associazioni cattoliche a difesa della prospettiva cattolica considerata nella sua completezza. A ciò si aggiunge un altro elemento complementare. Siccome ogni persona – si dice - è una realtà molto complessa e nessuna è completamente santa o peccatrice, bianca o nera, buona o cattiva, ci si deve accompagnare con tutti, discernendo nel dialogo le vie da seguire e le cose da fare. Credo che sia per questi due motivi, qui molto sommariamente richiamati, che ci sono cattolici impegnati a collaborare con associazioni, per esempio,  di orientamento radicale, senza comprendere la inoportunità di questa collaborazione.
A quanto detto si può poi aggiungere un altro spetto, oggi particolarmente evidente. I cristiani danno la loro collaborazione a tante iniziative di solidarietà e di umanesimo orizzontale senza portare il loro contributo per innalzarle al livello verticale e trascendente. E’ il caso della militanza cattolica per l’ambiente o per la pace, anche in collaborazione con altre organizzazioni che dell’ambiente danno una versione solo naturalistica e della pace danno una versione solo sociologica. Ci si chiede: i cattolici non dovrebbero collaborare? Bisogna dire che in certi casi l’impegno per l’ambiente e la pace è talmente carico di significati panteisti, naturalisti, animalisti, ideologici che la collaborazione risulta improponibile. In qualche caso essa è possibile, a patto che i cattolici non dimentichino di apportare la loro specificità. Per l’ecologia questa specificità consiste nel parlare non della natura ma del creato, per la pace questa specificità consiste nel dire che il mondo non se la può dare da sé.

Come scopo ultimo l’evangelizzazione
Il secondo elemento del passaggio della Rerum novarum visto sopra è quello della finalità evangelizzatrice. In questo passo Leone XIII presenta già la Dottrina sociale della Chiesa come “strumento di evangelizzazione”, come dirà poi Giovanni Paolo II. Certamente, non si tratta di fare proselitismo, ossia di scambiare la solidarietà sociale, che va data a tutti, con l’adesione alla religione cattolica, ma di dare testimonianza e di annunciare, anche all’interno dell’azione sociale, economica e politica, la fede cattolica in tutte le sue esigenze. Interessante che Leone XIII parli qui sia di ravvedimento morale che di ravvedimento religioso che gli operai cattolici potrebbero indurre nei loro compagni di lavoro, tenendo quindi unite le due cose.
Oggi, dopo la cosiddetta “svolta antropologica” non si dice più così, perché sembrerebbe che la fede religiosa cattolica fosse qualcosa che strumentalizza a proprio uso le dimensioni umane dell’esistenza, a partire dalle quali, anziché il contrario, si deve pensare poi la fede cristiana. Non era però questa l’idea di Leone XIII.
E’ il caso allora di approfondire brevemente il cenno che abbiamo fatto a proposito del proselitismo. Lavorare nella società solo per i cattolici, dare assistenza solo ai cattolici e indurre a farsi cattolico per usufruire di aiuti e benefici sarebbe una inaccettabile forma di proselitismo. Se una associazione cattolica che distribuisce pasti ai senza tetto lo facesse solo per chi si dichiarasse cattolico sarebbe meschino proselitismo. La carità cristiana non si fa solo ai “tesserati” o agli “iscritti”. Questo è vero, però con due precisazioni.
Aprirsi alla carità per tutti non vuol dire censurarsi dall’esprimere la propria identità cattolica. Quella associazione che distribuisce pasti ai bisognosi non deve nascondere di essere cattolica e di farlo perché è cattolica, non deve tirar via dalle pareti i simboli cattolici e non deve tirarsi indietro, una volta stabilito un rapporto umano con i beneficiati, di fare loro anche la proposta cattolica, non come condizione per usufruire di servizi ma come frutto e sviluppo di un incontro.
La seconda precisazione è uno sviluppo di quanto ora detto. Pensare di influire sui costumi e le leggi di una società, sui provvedimenti e le scelte politiche viene interpretato spesso come basso proselitismo, come tentativo di accaparrarsi fette di potere “cattolico”, come volontà di mettere la propria bandierina su un ambito della società, come conquista anziché come servizio. Il proselitismo in questi casi – così si dice spesso – trasforma la fede in ideologia.
Più in generale, tornando a quanto detto sopra sul rapporto tra la Chiesa e il Mondo, si pensa che ogni pretesa della Chiesa di portare al mondo una luce che non nasca dal mondo stesso sia un proselitismo verso il mondo, non un annuncio ma una conquista.
Sappiamo però che così non è, perché si tratta, invece, di una liberazione. Nel mondo ci sono molte cose buone, frutto della creazione, della legge naturale che orienta tutte le coscienze che si lascino da essa condurre, dei “semi” che il Verbo, nella sua sapienza, ha seminato in tutto il genere umano, anche al di fuori dei confini anagrafici della Chiesa. Ma il mondo è anche in mano al “Principe di questo mondo” e, come tale, ha bisogno di salvezza piuttosto che capace di darsela e di darla. Diffondere l’annuncio della liberazione di Cristo nel mondo non è allora indice di proselitismo ma di evangelizzazione, di cui la Dottrina sociale della Chiesa è strumento ed espressione.
Leone XIII ci ha dato così lo spunto per fare delle riflessioni importanti anche per noi oggi e per voi che volete conoscere meglio la Dottrina sociale della Chiesa e impegnarvi nella società e nella politica. Il fatto di non poter collaborare sempre con tutti e quello di evangelizzare mostrano che l’impegno cattolico alla luce della Dottrina sociale della Chiesa non è generico umanesimo ma ha una sua profonda specificità.

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Anno XII (2016), numero 4, OTTOBRE - DICEMBRE

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